Betsie e Corrie ten Boom
Betsie e Corrie ten Boom

Testimoni del nostro tempo: Betsie e Corrie ten Boom(padre Gasparino, da “Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera lo otterrete”)

 

La storia vera delle sorelle Betsie e Corrie ten Boom non bisogna cercarla nei loro gesti di eroine della resistenza, ma soltanto nella loro straordinaria vita di preghiera. Tutto inizia con l’invasione dell’Olanda nel maggio 1940. La famiglia Ten Boom, costituita ormai dal vecchio padre e dalle due sorelle Betsie e Corrie, è una delle famiglie protestanti dove la vita di carità è tutto. Quando la Germania inizia la caccia all’ebreo, i ten Boom si votano completamente ai perseguitati ebrei. Giungono ad avere in quelle strette camere fino a nove rifugiati che mantengono, difendono, aiutano a rischio della vita. Un traditore li vende. Sono tutti arrestati, è il 28 febbraio 1944. Quando con altri olandesi sono issati sopra un autocarro che li porta in prigione, un ufficiale grida al papà ottantenne: “Vecchio, potrai morire nel tuo letto se mi dai parola di saperti comportare bene”. Il vecchio padre risponde in modo calmo e chiaro: “Se vado a casa oggi, domani aprirò nuovamente la mia porta a chiunque bussi in cerca di aiuto”. Muore in prigionia.

Betsie e Corrie sono deportate a Ravensbruck, in Germania, il più terribile lager femminile costruito dai nazisti: ci sono là 35000 donne di tutte le nazioni, ne muoiono 500 al giorno per la fame, la dissenteria, il tifo petecchiale. Il viaggio avviene su di un carro bestiame, pigiate come bestie, un calvario di quattro giorni e quattro notti. La puzza, la fame, ma soprattutto la sete sono terribili. Alla fine il convoglio della morte arriva al campo di sterminio. Le nuove arrivate sono ammassate sotto un’enorme tenda, aperta ai lati, dove c’è della paglia tutta putrida, brulicante di pidocchi. Piove. In quel fango attendono due giorni e due notti all’aperto, prima di essere assegnate alla loro baracca. Fa freddo. Tremano al pensiero della terza notte nel fango, quando suona il segnale dell’appello. Con spavento Corrie si accorge che il vero calvario deve ancora cominciare: tutto ciò che portano addosso deve essere consegnato alle sentinelle poi, procedendo più avanti, ognuna deve mettersi nuda e passare sotto la doccia fredda; di là viene consegnato a ognuna un sottile vestito da prigioniera e un paio di scarpe. Corrie e Betsie hanno un solo pensiero: come salveranno la loro Bibbia? È la loro unica ricchezza. Per tutta la prigionia è stata la loro forza e la forza delle loro compagne di sventura.

Corrie, scrive, pregò così: “Signore, tu ci hai dato questo libro prezioso, l’hai tenuto nascosto a tanti controlli e a tante ispezioni, l’hai usato per salvare tante prigioniere dalla disperazione, salvalo ancora questa volta”. La Bibbia può trovare un nascondiglio sotto delle vecchie panche e miracolosamente si salva. “Ci avevano spogliate di tutto - dice Corrie - ma noi ci sentivamo molto ricche. Avevamo salvato la Bibbia... Dal mattino fino a quando spegnevano le luci, quando non eravamo a lavorare o in fila per gli appelli, la nostra Bibbia era il centro di un cerchio che si ingrandiva sempre di più per dare a tutti aiuto e speranza. Noi eravamo come naufraghi intorno ad un fuoco, e scaldavamo il cuore con la Parola di Dio. Qualche volta tiravo fuori la Bibbia dal suo piccolo sacco e le mani mi tremavano, tanto era grande il mistero di quel libro. Le sue parole mi sembravano nuove, come se fossero state scritte da poco. Qualche volta mi meravigliavo persino che l’inchiostro fosse già asciutto. Ho sempre creduto alla Parola di Dio, ma la fede di allora non aveva confronti con la fede di prima o di adesso”.

La destinazione alla baracca 28 è un inferno. Le finestre sono coperte da stracci, la paglia marcia manda una puzza orribile. È una baracca capace di 400 persone, ma vi sono ammassate 1400 donne. I letti sono costituiti da sporchi tavolati a tre piani: un piano è così basso rispetto all’altro che non si può star seduti, bisogna infilarsi strisciando; ogni tavolato è per quattro persone, ma vi sono alloggiate nove carcerate. Corrie bisbiglia a Betsie: “È tutto un vortice di pulci!”. Là le pulci divoravano letteralmente le persone. Ma Betsie non sente, prega. Dice sottovoce così: “Signore, mostraci, mostraci come dobbiamo fare per resistere”. “Corrie - dice alla fine Betsie - Lui ci ha dato già la risposta. Ce l’aveva data prima che chiedessimo, come sempre. È nella pagina della Bibbia che abbiamo letto stamattina. Tira fuori la Bibbia, rileggi!”. Corrie racconta: “Guardai che nessuna sentinella vedesse, poi tirai fuori la Bibbia dalla sacchetta. Era nella 1aLettera ai Tessalonicesi: “Confortate chi ha paura, aiutate il debole, siate pazienti con tutti. Guardate che nessuno di voi ripaghi il male con il male, ma cercate sempre di fare il bene vicendevolmente”. Sembrava scritto per il campo di sterminio di Ravensbruck. Ma Betsie disse: “Va’ avanti, c’è altro ancora”. “Siate lieti sempre, pregate continuamente, ringraziate in ogni circostanza: perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù”. “Ecco – disse Betsie – ringraziare in ogni circostanza! Questo è quello che possiamo fare. Noi possiamo cominciare subito a ringraziare per ogni singola cosa della nostra baracca”. Io la guardai, poi guardai intorno allo stanzone buio e soffocante. “Come?” chiesi io. “Prima di tutto che siamo messe insieme e non siamo divise”. Mi morsicai le labbra e dissi: “Oh sì, Signore Gesù!”. “Poi ringrazia di quello che tieni in mano”. Io guardai alla mia Bibbia: “Si, grazie Signore che non c’è stata nessuna ispezione prima di entrare qui dentro. Grazie per tutte le donne che qui in questa baracca incontreranno Te attraverso queste pagine”. “Si - aggiunse Betsie - ti ringrazio Signore per l’affollamento soffocante che c’è qui. Siamo così una sull’altra che molte di più così potranno sentire la Bibbia, quando la leggeremo”. Poi mi guardò aspettando: “Corrie, non ringrazi?”. “Si, Signore, grazie per l’affollamento orribile che toglie il fiato…”. “Grazie - continuò Betsie con serenità - per le pulci che ci mangiano vive… e per…”. Le pulci! Questo era troppo! “Betsie, nemmeno Dio può farmi ringraziare per le pulci!” - dissi. “Ringraziate in ogni circostanza, è scritto! - disse Betsie - non è detto: nelle circostanze piacevoli. Le pulci sono una parte del luogo che Dio ha preparato per noi”. E così noi quella sera ringraziammo per le pulci, ma questa volta io ero sicura che Betsie sbagliava.

La notte era un tormento in quell’inferno: urti, schiaffi, litigi. Nel buio sentii Betsie che mi toccava: “Signore Gesù - disse forte - manda la Tua pace in questo luogo. Qui c’è stata troppo poca preghiera. Anche i muri lo sanno. Ma quando Tu arrivi, o Signore, lo spirito di divisione e di odio se ne va”. Il cambiamento avvenne a poco a poco, ma avvenne. Una dopo l’altra le grida piene di odio si spensero. “Io sono stata abbastanza qui al centro del letto, ora vieni tu che hai preso il freddo della finestra, qui fa più caldo…” disse una donna ad un’altra. E dopo un po’ un’altra disse qualcosa di scherzoso, si rise persino. Con la schiena sulla paglia fetida, io capii che c’era un’altra cosa per cui potevo ringraziare: che Betsie era arrivata nella baracca numero 28”.

Ad una visita medica, Betsie è assegnata ad un gruppo che lavora a rammendare calze. Corrie invece è inviata ai lavori pesanti. Una sera Corrie, tornando, incontra Betsie tutta felice. “Perché sei contenta?” le chiede. “Perché oggi ho scoperto perché siamo tanto libere nella baracca, possiamo leggere la Bibbia quasi in continuazione e nessuno viene a controllare. Sai perché? Perché le sentinelle hanno paura delle pulci, non entrano i controlli perché non vogliono caricarsi di pulci. Hai capito ora che dovevamo ringraziare Dio anche per le pulci?”.

Betsie muore nel campo di sterminio, ma Dio vuole che Corrie la possa vedere ancora: il suo volto era trasfigurato come quello di un angelo. Aveva sofferto tanto e aveva cambiato con la sua presenza, con il suo amore, con la sua preghiera, tutto il clima della baracca 28. Un giorno Betsie era stata fustigata con lo scudiscio, da una carceriera, perché non riusciva a stare in piedi. Corrie si precipitò a difenderla e guardava piena di rabbia. Ma Betsie le disse: “Corrie, non guardare a me, guarda a Gesù Cristo!”. Davanti alla crudeltà delle carceriere tedesche, quando fischiava lo scudiscio di cuoio, Betsie diceva a Corrie: “Cosa faremo per questa povera gente, quando tutto sarà finito?”. Non parlava dei prigionieri, parlava dei carcerieri: “Faremo una grande casa per loro, per servirli, per amarli. Prega tutti i giorni per questo: è per dimostrare loro che l’amore è più grande dell’odio”. Poi, man mano che il suo fisico si indeboliva, il suo sogno si arricchiva sempre di più: “Corrie, la casa sarà bella, con grandi finestre, giardini e fiori, tanti fiori! Dio l’ha già preparata!”. E il sogno si avverò. Finita la guerra una famiglia benestante d’Olanda mise a disposizione di Corrie un castello meraviglioso per creare l’opera per i profughi tedeschi, i loro persecutori dei campi di sterminio.

Questa storia, che è storia contemporanea, è la dimostrazione dell’onnipotenza della preghiera. Se la preghiera è capace di questi miracoli, dobbiamo dire che il dono più grande che Cristo ci ha fatto è stato quello di insegnarci a pregare.

Denaro benedetto e denaro maledetto(Corrie ten Boom, “Nella casa del padre”)

Una volta dovemmo fronteggiare un’autentica crisi finanziaria. Bisognava onorare una fattura per un importo molto alto e non c’erano abbastanza soldi. Un giorno entrò nel negozio un signore che chiese di vedere alcuni orologi molto costosi. Stavo nel laboratorio e pregavo, cercando di afferrare che cosa si diceva nel negozio. “È un bell’orologio, signor ten Boom”, disse il cliente, rigirando nelle sue mani un orologio molto costoso, “proprio quello che cercavo”. Trattenni il fiato quando vidi il cliente tirar fuori uno spesso fascio di banconote. Sia lodato il Signore: contanti! (Mi vedevo già pagare la fattura scaduta, libera dal peso che mi aveva oppressa nelle ultime settimane).

Il cliente guardò l’orologio e disse: “Avevo un buon orologiaio qui ad Harleem. Forse lo conosceva: si chiamava van Houten”. Papà annuì con un cenno della testa. Conosceva quasi tutti ad Harleem, specialmente gli orologiai. “Van Houten è morto e suo figlio ha ereditato l’azienda. Ho comprato da lui un orologio che non ha mai funzionato. L’ho rimandato indietro tre volte, senza risultato. Ecco perché ho deciso di rivolgermi ad un altro orologiaio”.

Vorrebbe mostrarmelo?” chiese papà. L’uomo estrasse un grosso orologio dal taschino e glielo porse. “Bene, vediamo un po’”, disse papà aprendo la cassa dell’orologio. Aggiustò qualche cosa e lo restituì al cliente. “Ecco fatto. C’era un piccolissimo difetto. Ora funzionerà. Signore, io ho fiducia nel giovane orologiaio… è bravo come suo padre. Penso che lo potrebbe incoraggiare comprando da lui il nuovo orologio”. “Ma… ten Boom!” obiettò il cliente. “Quel giovanotto ha passato un periodo difficile senza suo padre. Se lei avesse un problema con uno dei suoi orologi, venga da me e ci penserò io. Ora le darò indietro il suo denaro e lei mi restituirà il suo orologio”.

Ero inorridita. Vidi papà riprendere l’orologio e ridare il denaro al cliente. Poi gli aprì la porta e si inchinò per salutarlo. Il mio cuore era sprofondato quando uscii dal laboratorio. “Paparino! Ma come hai potuto!”. Ero così colpita dall’enormità di quello che avevo visto, che avevo usato un termine infantile. “Corrie, tu sai che io ho letto il Vangelo al funerale del signor van Houten”. Certo che lo sapevo. Era compito di papà parlare ai funerali dei suoi colleghi. Era molto benvoluto ed un ottimo oratore, e sfruttava sempre l’occasione per parlare di Gesù. Papà diceva spesso che la gente era toccata dall’eternità quando vedeva morire qualcuno. Era un’occasione per parlare di Colui che può darci la vita eterna. “Corrie che cosa pensi che avrebbe pensato il giovane van Houten se avesse saputo che uno dei suoi migliori clienti era passato al signor ten Boom? Credi che il nome del Signore sarebbe stato onorato? C’è denaro benedetto e denaro maledetto. Abbi fiducia nel Signore. Egli si prenderà cura di noi”.

Provai vergogna: sapevo che papà aveva ragione. Mi domandai se avrei mai potuto possedere quel genere di fiducia. Ricordai il mio primo giorno di scuola. Le mie dita erano di nuovo strette intorno alla ringhiera: non volevo andare nella direzione voluta da Dio, ma soltanto seguire caparbiamente il mio sentiero. Potevo veramente fidarmi di Lui, con una fattura da pagare? “Sì, padre”, risposi. A chi rispondevo? Al mio padre terreno o al mio Padre celeste?

Corrie, sai cos’è che fa piùmale? È l’amore(Corrie ten Boom, da “Il nascondiglio”)

Corrie”, disse Willem porgendomi il caffè e parlando con un certo sforzo, “Karel ti ha indotto a credere che è… serio? Perché, Corrie, questa cosa non ha futuro. Tu non conosci la famiglia di Karel. Una sola cosa hanno desiderato fin da quando era piccolo, hanno costruito tutte le loro vite intorno a questo, Karel deve ‘sposarsi bene’, penso che dicano così”…

Fuggii nel giardino. Odiavo quella vecchia casa triste e qualche volta quasi odiavo Willem per il suo vedere sempre il lato oscuro delle cose… Willem ne poteva sapere più di me in fatto di teologia e guerra e politica… ma quando si trattava di romanzi! Cose come denaro, prestigio sociale, aspettative familiari… macché, nei libri scomparivano come nubi al sole, ogni volta…

Con l’andar del tempo, le lettere di Karel vennero sempre più di rado. Le sostituii con le mie e proseguii la mia via attraverso l’estate e l’autunno. In un magnifico giorno di novembre suonò il campanello. Aprii la porta e lì stava Karel. Al suo fianco c’era una giovane donna che mi guardava sorridendo. Karel stava dicendo: “Corrie, voglio presentarti la mia fidanzata”. Devo aver detto qualche cosa e devo averli accompagnati dentro. Ricordo soltanto che la mia famiglia venne alla riscossa, parlando, stringendo mani, prendendo cappotti e sedie, così che io non avessi niente da fare o da dire. In un modo o nell’altro, la mezz’ora passò e Betsie li accompagnò alla porta. Prima che questa fosse chiusa, correvo su per le scale verso la mia camera, dove le lacrime potevano finalmente sgorgare.

Più tardi udii il passo di papà che saliva le scale. All’improvviso mi preoccupai di quello che mi avrebbe detto. Temevo di udire le parole: “Presto ci sarà qualcun altro” e che dopo questa bugia sarebbe per sempre rimasto tra noi come un muro. Perché in qualche parte profonda di me sapevo già che né presto né tardi ci sarebbe stato qualcun altro.

L’odore dolciastro del sigaro entrò nella camera con papà. E naturalmente non disse quelle parole false e oziose. “Corrie, disse invece, “sai cos’è che fa più male? È l’amore. L’amore è la forza più potente del mondo e quando viene contrastato fa soffrire. Vi sono due cose che possiamo fare quando ciò accade. Possiamo uccidere l’amore in modo che smetta di far male. Ma allora, naturalmente, c’è anche una parte di noi che muore. Oppure, Corrie, possiamo chiedere a Dio di aprire un’altra strada sulla quale questo amore possa viaggiare. Dio ama Karel, ancor più di quanto lo ami tu; e, se glielo chiedi, Lui ti darà il suo amore per quest’uomo, un amore che nulla può ostacolare, nulla può distruggere. Ogni volta che non possiamo più amare nel nostro vecchio modo umano, Corrie, Dio può darci il suo modo perfetto di amare”.

Non lo sapevo, mentre ascoltavo i passi di papà che scendeva le scale, che mi aveva dato qualcosa di più che la chiave per questo duro momento. Non sapevo che aveva posto nelle mie mani il segreto che avrebbe aperto camere più buie di questa, posti dove non c’era a livello umano, assolutamente nulla da amare…

Il mio compito era di abbandonare i miei sentimenti per Karel senza abbandonare la gioia e la meraviglia che con essi erano cresciute. E così sussurrai l’enorme preghiera: “Signore, io ti affido ciò che provo per Karel, i miei pensieri riguardo al nostro futuro… oh, tu lo sai! Tutto! Dammi in cambio il tuo modo di vedere Karel. Aiutami ad amarlo in quel modo e che anche per lui sia così”. E mentre dicevo queste parole mi addormentai.

Corrie, ce la fai ad essere molto coraggiosa?(Corrie ten Boom, da “Il nascondiglio”)

Mi sembrava stranamente importante non perdere il conto del tempo. Quindi incisi un calendario sulla parete dietro alla branda, e cominciai ad annotare date speciali al di sotto del calendario. 28 febbraio 1944: arresto. 29 febbraio 1944: trasporto a Scheveningen. 16 marzo 1944: inizio dell’isolamento. 15 aprile 1944: mio compleanno in prigione.

Era il 3 maggio. All’improvviso la mensola del cibo si aprì sbattendo e si richiuse con un solo movimento. E lì sul pavimento della cella stava una lettera. Corsi a prendere la busta. La calligrafia di Nollie. Ma perché la mia mano tremava nel raccoglierla? Perché questa paura improvvisa? Spiegai il foglio. “Corrie, ce la fai ad essere molto coraggiosa?”

No! No, non riuscivo ad essere coraggiosa! Costrinsi i miei occhi a leggere più avanti. “Ho notizie che è molto duro scriverti. Papà è sopravvissuto solo dieci giorni al suo arresto. Ora è con il Signore…” Rimasi a lungo con la carta fra le mani. Papà… papà… la lettera risplendeva nella luce a scacchi mentre leggevo il resto. Nollie non conosceva i particolari, non sapeva come e dove fosse morto, né dove fosse stato sepolto.

Udii dei passi nel corridoio. Corsi alla porta e premetti il volto sullo sportello chiuso. “Per piacere! Oh, per piacere!” I passi si fermarono. “Che cosa c’è?” “Per piacere! Ho avuto cattive notizie… per piacere non ve ne andate!” “Aspettate un momento”. I passi si allontanarono e poi ritornarono con un tintinnio di chiavi. La porta della cella si aprì. “Ecco qui”. La giovane donna mi tese una pillola con un bicchiere d’acqua. “È un sedativo”. “Mi è arrivata proprio ora questa lettera” spiegai. “Dice che mio padre… dice che mio padre è morto”. La ragazza mi fissò e rimase un po’ sulla porta, ovviamente imbarazzata dalle lacrime. “Tutto quello che vi succede,” disse finalmente, “ve lo siete cercata voi stessa violando le leggi!”

Gesù caro, sussurrai, quando la porta fu sbattuta ed i passi si allontanarono, come sono stata stupida a chiedere aiuto umano, quando Tu sei qui. Pensare che ora papà ti vede faccia a faccia! Pensare che lui e mamma sono di nuovo insieme e camminano in quelle strade luminose…

Allontanai la branda dalla parete, e sotto al calendario incisi un’altra data: 9 marzo 1944, papà. Rilasciato.

L’inganno di satana(Corrie ten Boom, da “Il nascondiglio”)
Mentre il freddo si andava accrescendo, si accrebbe anche la tentazione propria della vita in un lager, di pensare soltanto a sé stessi. Assumeva migliaia di forme astute. Scoprii ben presto che aprendomi la strada verso il centro della formazione di appello avevamo un po' di protezione dal vento. Sapevo che questo era egoistico: quando Betsie ed io stavamo nel centro qualcun'altra doveva rimanere ai margini. Ma come era facile dare a questo egoismo altri nomi! Agivo soltanto a vantaggio di Betsie. Svolgevamo un'importante attività religiosa e dovevo mantenermi in buona salute. Faceva più freddo in Polonia che non in Olanda, queste donne polacche probabilmente non avvertivano il gelo come lo sentivamo noi. L'egoismo aveva una vita sua propria. Mentre osservavo lo scemare della borsa con il composto di lieviti portata da Mien, incominciai a prenderla da sotto la paglia soltanto dopo il coprifuoco, quando le altre non l'avrebbero vista e non ne avrebbero chiesto. Non era forse più importante la salute di Betsie? (Tu vedi, Dio, lei può fare tanto per loro!). Ed anche se ciò non era giusto, non era neppure tanto sbagliato, non è vero? Non sbagliato come il sadismo e l'assassinio e gli altri mali mostruosi che vedevamo ogni giorno a Ravensbruck. O sì, questo era il grande inganno di satana in quel suo regno: mettere in mostra mali tanto evidenti che uno poteva quasi credere che il proprio peccato segreto non avesse importanza. Il male si diffuse. La seconda settimana di dicembre ogni occupante della baracca 28 ricevette una coperta in più. Il giorno successivo un numeroso gruppo di evacuati arrivò dalla Cecoslovacchia. Una di loro, assegnata alla nostra piattaforma, non aveva affatto coperte e Betsie insistette che le dessimo una delle nostre. Così quella sera io le "prestai" una coperta. Ma non gliela "regalai". Nel mio cuore mi aggrappavo al diritto che avevo a quella coperta. Era forse una coincidenza che gioia e potenza impercettibilmente scomparvero dal mio ministero? Le mie preghiere assunsero un tono meccanico. Anche la lettura della Bibbia era noiosa e senza vita. E così lottai fra l'adorazione e l'insegnamento che avevano cessato di essere reali, finché in un pomeriggio piovoso, quando dalla finestra veniva luce appena sufficiente per leggere, giunsi al passo in cui Paolo racconta della sua spina nella carne. Tre volte, scrisse, aveva pregato Dio di togliergli la sua debolezza, quale che fosse. Ed ogni volta Dio aveva detto: la mia grazia ti basta. Paolo quindi concludeva e, mentre leggevo le parole sembravano balzare fuori dalla pagina, che proprio la sua debolezza era qualche cosa di cui doveva rendere grazie. Perché ora Paolo sapeva che nessuna delle meraviglie e dei miracoli che seguivano il suo ministero poteva esser dovuta alle sue virtù. Era tutto potenza di Cristo, mai di Paolo. Ed era proprio lì la questione... La verità risplendette come la luce del sole nelle ombre della baracca 28. Il vero peccato che ero andata commettendo non era quello di infilarmi verso il centro dello schieramento perché faceva freddo. Il vero peccato stava nel pensare che qualsiasi potere di aiutare e trasformare venisse da me. Naturalmente non era la mia capacità ma quella di Cristo che creava la differenza. Il breve giorno invernale stava scomparendo; non potevo più distinguere le parole sulla pagina e così chiusi il Libro e a quel gruppo di donne che mi si stringevano attorno confessai la verità su me stessa: il mio egoismo, la mia avarizia, la mia mancanza di amore. Quella notte alla mia preghiera ritornò una reale gioia.

come noi li rimettiamo ai nostri debitori(Corrie ten Boom, da “Vagabonda per il Signore”)

Lo avevo incontrato in una chiesa di Monaco: un uomo tarchiato, con un soprabito grigio, i capelli radi e un cappello di feltro marrone stretto fra le mani. La gente stava uscendo dal seminterrato dove avevo appena finito di parlare, spostandosi lungo le file di seggiole verso la porta posteriore. Si era nel 1947, ed ero venuta dall'Olanda nella Germania disfatta con il messaggio di un Dio che perdona. Era la verità che più avevano bisogno di sentire in quel Paese amaro, distrutto dalle bombe, e io, nel corso della conferenza, avevo presentato loro una mia immagine preferita. Forse perché il mare non è mai lontano dalla mente di un olandese, amavo pensare che proprio lì venissero gettati i peccati perdonati. "Quando confessiamo i nostri peccati," avevo detto, "Dio li getta nel più profondo degli oceani, e spariscono per sempre. E sebbene io non riesca a trovare nella Scrittura un verso che lo affermi, credo che Dio ponga sulle rive un cartello che dice: Vietato pescare." Volti solenni mi fissavano, senza osare credermi del tutto. Dopo un qualunque discorso fatto nella Germania del 1947, non c'erano mai domande. La gente si alzava in silenzio, in silenzio raccoglieva i soprabiti, in silenzio lasciava la stanza. E fu lì che lo vidi, mentre si apriva una strada fra gli altri. Per un momento lo vidi col soprabito e il cappello marrone; ma un momento dopo lo rividi in una uniforme azzurra, col berretto a visiera e l'insegna del teschio con le ossa incrociate. Rividi di colpo il grandissimo locale con le sue luci violente che piovevano dall'alto; il patetico mucchio di vestiti e scarpe al centro del pavimento; la vergogna di passare nuda davanti a quest'uomo. Potevo vedere davanti a me la fragile figura di mia sorella, con le costole che sporgevano sotto la pelle incartapecorita. Betsie, come eri magra! Il luogo era Ravensbruck, e l'uomo che ora si apriva la strada era un guardiano, uno dei guardiani più crudeli. Ora stava davanti a me e mi porgeva la mano: "Un bellissimo messaggio, Fräulein! Come è bello sapere che, come lei dice, tutti i nostri peccati sono nel fondo del mare!" E io, io che avevo parlato così teneramente di perdono, piuttosto che stringere quella mano frugai nella mia borsetta. Certamente non poteva ricordarsi di me; come poteva ricordare una prigioniera fra quelle migliaia di donne? Ma io ricordavo bene lui e la frusta di cuoio appesa alla sua cintura. Mi trovavo faccia a faccia con uno dei miei aguzzini e il mio sangue sembrava raggelarsi. "Nel suo discorso ha citato Ravensbruck," stava dicendo. "Io vi sono stato come guardiano." No, non si ricordava di me. "Ma dopo," proseguì, "sono diventato cristiano. So che Dio mi ha perdonato le cose crudeli che feci allora, ma vorrei udirlo anche dalle sue labbra. Fräulein," e di nuovo mi tese la mano, "mi può perdonare?" E io stavo lì; io, i cui peccati devono essere continuamente perdonati, e non potevo perdonare. Betsie era morta in quel posto; poteva egli cancellare la sua lenta, terribile agonia soltanto chiedendolo? Non potevano essere stati molti i secondi in cui egli stette lì con la mano tesa, ma a me sembrarono ore, mentre lottavo con la cosa più difficile che mai avessi dovuto fare. Perché dovevo farlo, lo sapevo. Il messaggio secondo il quale Dio perdona ha una condizione preventiva: che noi perdoniamo coloro che ci hanno offeso. "Se non perdoni agli uomini i loro falli," dice Gesù, "neanche il tuo Padre Celeste perdonerà i tuoi." Conoscevo ciò non solo quale comandamento di Dio, ma anche come esperienza quotidiana. Dopo la fine della guerra avevo aperto una casa in Olanda per le vittime della brutalità nazista. Quelli che erano in grado di perdonare i loro antichi nemici erano anche capaci di ritornare nel mondo e ricostruire la loro esistenza, quali che fossero le cicatrici fisiche. Quelli invece che alimentavano la loro amarezza rimanevano invalidi. Era una cosa così semplice e così terribile. Ed io stavo ancora lì, col freddo che mi stringeva il cuore. Ma il perdono non è un'emozione, sapevo anche quello. Il perdono è un atto di volontà, e la volontà può funzionare indipen­dentemente dalla temperatura del cuore. "Gesù, aiutami!" pregai silenziosamente. "Posso alzare la mia mano. Questo posso ancora farlo. Tu fammi avere il sentimento." E così, in modo legnoso, meccanico, posi la mia mano in quella tesa verso di me. E quando lo feci avvenne una cosa incredibile. Una corrente parti dalla mia spalla, scese lungo il braccio e balzò nelle nostre mani congiunte. E quindi questo calore risanante sembrò scorrere attraverso tutto il mio essere, facendo sgorgare le lacrime nei miei occhi. "Ti perdono, fratello!" gridai. "Con tutto il mio cuore!" Per un lungo istante ci stringemmo le mani, l'ex guardiano e l'ex prigioniera. Non avevo mai conosciuto l'amore di Dio in modo così intenso come allora. Ma anche così mi rendevo conto che non era il mio amore. Avevo tentato e non avevo avuto la forza. Era la forza dello Spirito Santo, come è riportato in Romani 5:5: "… perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato."

Luci dall'Africa più nera (Corrie ten Boom, da “Vagabonda per il Signore”)

Mi trovavo in Africa da tre settimane, quando finalmente riuscii a visitare la prigione situata alla periferia della città. Chiesi al direttore se potevo parlare ai prigionieri. “Impossibile,” disse. “I prigionieri sono in punizione per tutto il mese in seguito ad una sommossa scoppiata in mezzo a loro. A nessuno è consentito vederli, tanto meno per fare loro un sermone”. Ero scoraggiata, ma sapevo che Dio mi aveva portata in quel luogo per qualche ragione. Così rimasi in piedi a guardare il direttore. Cominciò a sentirsi a disagio vedendomi lì ferma a fissarlo. Infine disse: “Vi sono alcuni prigionieri politici che sono stati condannati a morte. Vuole forse parlare con loro?” “Certamente,” dissi.

Il direttore chiamò tre soldati armati fino ai denti che mi scortarono lungo un corridoio con porte munite di sbarre. In una cella c'era un uomo solo, seduto su una bassa panchina che gli fungeva anche da letto. Nella cella non vi era nient'altro. La luce entrava da una finestrella posta molto in alto, che lasciava filtrare solo una piccola macchia di sole che si rifletteva sull'impiantito di terra battuta di quel luogo sinistro. Mi appoggiai al muro. Era un giovanotto dalla pelle nera e dai denti molto bianchi. Sollevò il capo e apparvero due occhi pieni di tristezza. Cosa potevo dirgli? “Signore, dammi un po' di luce da passare a quest'uomo che vive in tenebre così fitte.” Finalmente gli rivolsi una domanda: “Hai sentito parlare di Gesù?” “Sì," disse lentamente, “ho una Bibbia a casa. So che Gesù è morto sulla croce per i peccati del mondo. Molti anni fa lo avevo accettato come mio Salvatore e lo avevo seguito per qualche tempo fino a che le attività politiche non mi assorbirono del tutto. Ora vorrei poter ricominciare di nuovo e vivere una vita consacrata a Lui, ma è troppo tardi. Questa settimana morrò!” “Non è troppo tardi, amico mio,” dissi. “Sai chi ha causato la tua condanna a morte?” “Potrei darle l'intera lista di coloro che mi hanno messo qui,” rispose, digrignando i denti. “Conosco tutti i loro nomi e li odio.” Aprii la mia Bibbia e lessi: “Ma se non perdoni agli uomini i loro falli, neanche il Padre tuo perdonerà i falli da te commessi”. Chiusi la Bibbia e lo guardai: “Vuoi che tuo Padre ti perdoni prima che tu muoia?” “Certo che lo voglio,” disse. “Più di qualunque altra cosa al mondo. Ma non posso attenermi alle condizioni poste da Lui. Non sono capace di perdonare. Sono giovane e forte e sano. Ho moglie e bambini. Questi uomini mi hanno fatto torto e ora proprio questa settimana si prenderanno la mia vita. Come posso perdonare tutto ciò?” L'uomo mi guardò con occhi pieni di disperazione. Avevo nel cuore una compassione così grande, tuttavia sapevo che dovevo essere dura, perché da ciò dipendeva il suo destino eterno.

Lascia che io ti racconti una storia,” dissi. E quindi gli parlai della mia esperienza nella chiesa di Monaco, dove il mio ex guardiano del campo di concentramento mi aveva chiesto di perdonarlo. “In quel momento sentii una grande amarezza gonfiarmi il cuore,” dissi. “Ricordai le sofferenze della mia sorella morente, ma sapevo che il mancato perdono mi avrebbe fatto più male che non le frustate del guardiano. Così gridai a gran voce al Signore: ‹Signore, ti ringrazio per quanto mi dici in Romani 5:5: L'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato. Ti ringrazio, ti ringrazio Signore, che il tuo amore in me può fare ciò che io non sono capace di fare.› In quel momento una grande corrente di amore mi attraversò e io dissi: ‹Fratello, dammi la tua mano: ti perdono tutto.›” Guardai l'africano seduto sulla panca. “Non potevo farlo da me stessa,” continuai. “Non ne ero capace. Gesù in me riuscì a farlo. Vedi, non tocchi mai tanto l'oceano dell'amore di Dio come quando ami i tuoi nemici.” L'uomo ascoltava mentre gli parlavo di Gesù. Quindi pregai con lui e me ne andai, con la certezza di incontrarlo nell'aldilà. Il giorno successivo un amico missionario venne a trovarmi. Mi disse che appena avevo lasciato la prigione il prigioniero aveva mandato un messaggio a sua moglie in cui diceva: "Non odiare coloro che mi hanno portato qui e che sono causa della mia morte. Amali. Perdonali. Io non ne sono capace e neanche tu lo sarai, ma Gesù in noi potrà farlo."

Quella notte dormii bene: sapevo perché Dio mi aveva mandato in Africa.

Nero su bianco e il perdono(Corrie ten Boom, “Vagabonda per il Signore”)

Vorrei poter dire che dopo una lunga e fruttuosa esistenza, in viaggio per tutto il mondo, ho imparato a perdonare tutti i miei nemici. Vorrei poter dire che ho solo pensieri caritatevoli e misericordiosi per gli altri. Ma non è così. Se vi è una cosa che ho imparato dopo il mio ottantesimo compleanno, è che non posso accumulare in magazzino buoni sentimenti e buon comportamento da prelevare al momento giusto, ma che posso soltanto ottenerli freschi ogni giorno da Dio. Sono lieta che sia così, perché ogni volta che vado a Lui, Egli mi insegna qualcosa di nuovo. Ricordo – avevo quasi settant'anni – quando alcuni amici cristiani, che amavo e dei quali mi fidavo, fecero qualche cosa che mi fece male. Potreste essere indotti a pensare che, essendo stata capace di perdonare le guardie di Ravensbruck, perdonare degli amici cristiani sia uno scherzo da bambini. Non è vero. Per settimane ribollivo internamente. Ma finalmente chiesi a Dio di operare ancora una volta il Suo miracolo in me. E accadde di nuovo: prima la decisione a sangue freddo, quindi il flusso di allegrezza e pace. Avevo perdonato i miei amici; ero ritornata a posto con mio Padre. Ma… la notte successiva mi svegliai improvvisamente e rivangai di nuovo tutta la questione. “I miei amici!” - pensavo. Gente che amavo. Se fossero stati degli estranei non mi sarei preoccupata tanto. Sedetti sul letto e accesi la luce. "Padre, pensavo di aver perdonato tutto. Ti prego, aiutami a farlo." La notte seguente mi svegliai di nuovo. Pensai: Avevano parlato così dolcemente, dopotutto! Mai un accenno a quello che progettavano di fare contro di me! "Padre!" gridai allarmata, "aiutami!" Fu allora che emerse un altro fattore di estrema importanza nella remissione. Non basta dire semplicemente "Ti perdono", ma bisogna vivere il perdono concesso. E nel mio caso ciò significava agire come se i loro peccati fossero stati sepolti nelle profondità del più profondo dei mari. Se Dio poteva non ricordarsene più – e Dio ha detto: "Non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità" (Ebrei 10:17) – neanche io dovevo ricordarmene. La ragione per cui i pensieri continuavano a tormentarmi, dipendeva dal fatto che io continuavo a rivangare il loro peccato nella mia mente. E così scoprii un altro dei principi di Dio: possiamo affidarci a Dio non soltanto per il controllo dei nostri sentimenti, ma anche per il controllo dei nostri pensieri, delle nostre convinzioni. Quando gli chiesi di rinnovare la mia mente, Egli portò via anche i miei pensieri negativi.

Ma Dio aveva ancora di più da insegnarmi con questo semplice singolo episodio. Molti anni più tardi, dopo il mio ottantesimo compleanno, un amico americano venne a trovarmi in Olanda. Eravamo nel mio piccolo appartamento a Baarn ed egli mi chiese notizie di quella gente che tanto tempo prima si era approfittata di me. "Non c'è stato più nulla," dissi abbastanza compiaciuta. "È tutto dimenticato." "Da parte tua, certo," disse. "Ma da parte loro? Hanno accettato il tuo perdono?" "Dicono che non c'è niente da perdonare! Negano di avermi fatto del male. Ad ogni modo, non importa quel che dicono, io posso sempre dimostrare che erano in errore". Andai alla mia scrivania. "Guarda! Ce l'ho qui, nero su bianco! Ho messo da parte tutte le loro lettere e posso mostrarti dove…" "Come!" Il mio amico allungò il braccio e chiuse gentilmente il cassetto. "Non sei tu colei i cui peccati giacciono sul fondo del mare? Invece i peccati dei tuoi amici sono trattenuti nero su bianco nel tuo cassetto". Fu una rivelazione stupefacente e rimasi senza parole. "Signore Gesù", sussurrai alla fine, "tu che porti via tutti i miei peccati, perdonami per aver conservato per tutti questi anni la prova dei peccati di altre persone. Dammi la grazia di bruciare tutto questo nero su bianco in un sacrificio profumato alla tua gloria". Non andai a dormire quella notte finché non ebbi tirato fuori dalla mia scrivania quelle lettere sgualcite dal tempo e le buttai nella mia piccola stufa a carbone. Le fiamme balzarono e splendettero e così fece il mio cuore. "Perdonaci i nostri peccati", ci insegnò a pregare Gesù, "come noi perdoniamo a coloro che peccano contro di noi". Nelle ceneri di quelle lettere vedevo ancora un altro aspetto della Sua misericordia. Quanto Egli mi avrebbe ancora insegnato circa il perdono non lo sapevo, ma quella notte la lezione fu eccellente. Il perdono è la chiave che chiude la porta al risentimento e mette le manette all'odio. Rompe le catene dell'amarezza e i ceppi dell'egoismo. Il perdono di Gesù non solo toglie via i nostri peccati, ma fa come se non fossero mai esistiti.

Al sicuro in Gesù(Corrie ten Boom, da “Vagabonda per il Signore”)

È Satana che cerca, in qualsiasi modo, di rovinare la pace e la gioia che i servi di Dio hanno nel loro lavoro.

Ellen, la mia nuova compagna di viaggio, era venuta con me in una campagna di evangelizzazione in Messico. La nostra ospite era una missionaria, non sposata, tra i quaranta e i cinquanta. Una sera, mentre eravamo da sole nella sua piccola casetta di mattoni, ella confessò la sua amarezza ed il suo risentimento per essere nubile. “Perché mi è stato negato l’amore di un marito, dei figli, ed una casa mia? Perché gli unici uomini che mi hanno mai circondata di alcuna attenzione erano sposati con qualcun’altra?” A lungo, nel corso della serata, ella rovesciò su di me il veleno della sua frustrazione. Alla fine mi chiese: “Perché non vi siete mai sposata?” “Perché,” dissi, “il Signore aveva altri piani per me che non il matrimonio”. “Vi siete mai innamorata di qualcuno come è successo a me?” chiese con amarezza. “Sì,”risposi tristemente. “Conosco la pena di un cuore infranto”. “Ma voi eravate forte, non è vero?” disse in tono sarcastico. “Voi volevate lasciare che Dio facesse la Sua strada nella vostra vita”. “Oh, no, non all’inizio, almeno” risposi. “Dovetti combattere una battaglia per accettarlo. Avevo ventitré anni. Amavo un ragazzo e credevo che anche lui mi amasse. Ma non avevo quattrini ed egli sposò una ragazza ricca. Dopo che si sposarono, egli venne con lei a casa mia, mise la mano di lei nella mia e disse: «Spero che voi due sarete amiche». Io volevo gridare. Ella sembrava così dolce, così sicura e felice del suo amore. Ma io avevo Gesù, ed alla fine andai da lui e pregai, «Signore Gesù, Tu sai che io appartengo a te al cento per cento. Anche la mia vita sentimentale appartiene a te. Io non so che piani Tu abbia per la mia vita, ma, Signore, qualsiasi essi siano, usami per realizzare la Tua piena vittoria in qualsiasi modo tu voglia. Io credo che tu possa mandare via tutte le mie frustrazioni e la mia infelicità. Io consegno tutta la mia vita a Te»”.

Attraverso il tavolino guardai la donna amareggiata che sedeva di fronte a me. Il suo viso era corrucciato, ed il suo sguardo duro per il risentimento. Percepii che ella aveva tentato di fuggire via dalla sua frustrazione. Forse questo era perfino il motivo per cui si trovava in missione. Tristemente, ci sono figli di Dio che vanno in missione per sfuggire al dolore di non avere un marito. Ne conosco altri, che restano nel loro paese, che trascorrono tutte le loro serate lontani dalla famiglia, frequentando incontri di Cristiani, perché sono infelici e frustrati del loro matrimonio. Il lavoro – perfino il lavoro di evangelizzazione – può diventare un nascondiglio sbagliato.

Quelli chiamati da Dio a vivere il celibato sono sempre felici in tale stato”, dissi. “Questa felicità, questa gioia, è l’evidenza che quello è il piano di Dio su di loro”. “Ma voi avete amato e perduto” esclamò. “Credete che Dio vi abbia portato via il vostro amore per far sì che voi lo seguiste?” “Oh, no” sorrisi, “Dio non ci porta via nulla. Ci può chiedere di voltare le spalle a qualcosa, o qualcuno, che non dovremmo avere. Dio non porta via, comunque; Dio dà. Se io cerco di avere una persona per me e Dio si mette tra noi, questo non significa che Dio me la porta via. Piuttosto significa che Egli ci sta proteggendo da qualcuno che non dovremmo avere, perché Egli ha un piano più grande per le nostre vite”. Sedemmo per lunghi minuti n silenzio nella stanza semi-buia. Solo una piccola lampada a kerosene emetteva la sua luce tremolante, disegnando ombre sbiadite sulle pareti e sui nostri volti.

Io pensai al passato – ricordando. Ero sempre stata felice nel Signore. Quando ero sulla trentina, Dio mi diede dei figli – i figli dei missionari venuti a studiare in Olanda – che io allevai. Betsie, mia sorella, li nutriva e li vestiva, mentre io ero responsabile per le loro attività sportive e la loro educazione musicale. Li tenevamo in casa nostra in Olanda, ed io trovai una profonda soddisfazione nel vederli crescere verso la maturità. Trascorsi anche molto tempo nei circoli giovanili parlando alle ragazze e condividendo le loro esperienze. Ma non fu il lavoro a portare equilibrio nella mia vita, perché il lavoro non può controbilanciare i nostri sentimenti. Io avevo equilibrio perché la mia vita era centrata nel Signore Gesù. Molte persone cercano di sfuggire ai propri sentimenti nel lavoro, nello sport, nella musica o nelle arti. Ma i sentimenti sono sempre lì, e, alla fine, come era successo quella sera con la missionaria, emergono ribollendo alla superficie ed esprimono il risentimento e la scontentezza.

Guardai Ellen, la mia compagna. Ellen era una ragazza olandese sulla trentina, alta, bionda, attraente. Era single, e tuttavia aveva imparato il segreto di vivere una vita equilibrata. Mentre io credo che Dio mi abbia pensato sin da prima che io nascessi per vivere una vita da nubile, Ellen era diversa. Lei non sentiva che Dio l’avesse chiamata ad una vita single; sentiva invece che un giorno, nel momento deciso da Dio, si sarebbe sposata. Tuttavia, fino a quando quel tempo non fosse arrivato – dopo un anno o dopo trent’anni – io sapevo che lei si sentiva al sicuro in Gesù e non cercava la sua sicurezza in un marito e dei figli.

Parlai alla missionaria: “Ci sono alcuni come me, che sono chiamati a vivere una vita da soli,” dissi con dolcezza “per loro è sempre facile, perché sono per la loro natura, contenti di questa vita. Altri, come Ellen, sono chiamati a prepararsi per il matrimonio che può venire più tardi nella loro vita. Anche questi sono benedetti, perché Dio usa gli anni dell’attesa per insegnare loro che il matrimonio non è la risposta all’infelicità. La felicità può essere raggiunta solo in una relazione equilibrata con il Signore Gesù”.

Ma è così duro”ella disse, mentre le lacrime le luccicavano negli occhi. “Lo è”, ammisi. La croce è sempre dura. “Ma voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Cara ragazza, non potrebbe essere più al sicuro. Quella parte di voi che darebbe qualsiasi cosa per avere un marito è morta. Ora potete entrare in una vita in cui voi potete essere felice con un marito o senza – al sicuro in Gesù soltanto”.

Non so se davvero mi comprese, perché spesso noi fissiamo la nostra mente su una cosa che pensiamo ci renderà felice – un marito, dei figli, un particolare lavoro, o perfino un “Ministero” – e rifiutiamo di aprire i nostri occhi sulla strada migliore che Dio ci pone davanti. Infatti, alcuni credono così fortemente che solo questa cosa può renderli felici, che essi finiscono con il rifiutare il Signore Gesù stesso. La felicità non si trova nel matrimonio; o nel lavoro; o nel ministero; o nei figli. La felicità si trova nell’essere al sicuro in Gesù.