VIAGGIO SPIRITUALE di Tommaso Nuovo

 

Voti religiosi (castità, povertà, obbedienza) 

 

come quintessenza e compendio delle beatitudini

(consigli evangelici)

 alcuni testi di riferimento per qualche commento

e per una riflessione personale

 

Innanzi tutto occorre una piccola precisazione riguardo all’espressione «voto di castità». Infatti, essa non esprime esattamente l’essenza del voto, in quanto anche i «non religiosi» cioè i fedeli laici, dovrebbero condurre una vita casta. Anche gli sposi cristiani sono tenuti a vivere la loro unione in modo casto.

 

Il voto di castità comporta innanzi tutto la verginità (consacrata) o celibato, ovviamente vissuti in modo casto. Quindi chi «fa» il voto di castità promette a Dio di vivere, in modo casto, quale vergine o celibe «a causa del Regno di Dio» (consacrando la propria vita a Dio e alla sua causa, in risposta alla sua chiamata)[1].

 

 

 

In che senso i voti religiosi possono essere intesi come compendio delle beatitudini e quintessenza dei consigli evangelici? Soprattutto nel senso che esprimono la volontà di opporsi (far fronte) alle tre principali tendenze e forze distruttrici della natura umana e dello spirito di questo mondo. Penso che le parole della 1 Gv 2, 15-16 ne costituiscano una buona illustrazione: “Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo - la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita - non viene dal Padre, ma viene dal mondo”.

 

Rimanendo nell’ambito del voto di castità o piuttosto della verginità consacrata, possiamo chiederci sul significato della castità o purezza. Non basta intenderla come «rinuncia al matrimonio» ma bisogna unirla con la «causa del Regno di Dio» e anche con la beatitudine promessa ai «puri di cuore», che vedranno Dio. E la purezza del cuore non può essere ridotta alla sfera della sessualità umana. A questo punto vorrei ricordare una interessante considerazione del P. R. Cantalamessa:

 

Chiunque legge o sente proclamare oggi: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”, pensa istintivamente alla virtù della purezza, quasi che la beatitudine sia l’equivalente positivo e interiorizzato del sesto comandamento: “Non commettere atti impuri”. Questa interpretazione, avanzata sporadicamente nel corso della storia della spiritualità cristiana, è divenuta predominante a partire dal secolo XIX. In realtà, la purezza del cuore non indica, nel pensiero di Cristo, una virtù particolare, ma una qualità che deve accompagnare tutte le virtù, perché esse siano davvero virtù e non invece “splendidi vizi”. Il suo contrario più diretto non è l’impurità, ma l’ipocrisia. Un po’ di esegesi e di storia ci aiuteranno a capire meglio. Cosa intende Gesù per “purezza di cuore” si desume chiaramente dal contesto del discorso della montagna. Secondo il Vangelo quello che decide della purezza o impurità di una azione – sia essa l’elemosina, il digiuno o la preghiera – è l’intenzione: cioè se è fatta per essere visti dagli uomini, o per piacere a Dio[2].

 

[1] Nel trattato De Virginitate, S. Agostino fa notare che

nelle vergini noi lodiamo (ammiriamo) non tanto la verginità in se stessa, quanto piuttosto la loro consacrazione al Signore mediante questa verginità. In questa prospettiva, la cosa essenziale è la consacrazione al Signore e la verginità ne è un’espressione (non la finalità per se stessa). Cf De Virginitate, c. XI, PL VI, 401.

 

[2] http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=141

 

Questo senso della purezza trova la sua conferma in Mt 6, 1-6, e soprattutto in Mc 7, 1-23. Può essere utile ricordare qui questo testo dell’evangelista Marco: “Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate […i] farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E aggiungeva: «Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo». Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo»” (Mc 7, 2.5-23).

 

[Secondo la nuova edizione CEI: Mc 7, 20-23: E diceva: "Ciò che esce dall'uomo è quello che rende impuro l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo".]

Alcuni riferimenti per il commento sul voto di povertà:

 

Flp 2, 5-8 – kenosi (incarnazione e morte di Cristo)

 “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. 

 

La nascita di Gesù nell’estrema povertà (si potrebbe proporre di fare la contemplazione su questo mistero).

 

Mc 10, 23-27:

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: "Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!". I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: "Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio". Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: "E chi può essere salvato?". Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: "Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio".

 

Gv 12, 1-8:

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell'aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: "Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?". Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: "Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me".

 

1 Tim 6, 10. 17-19:

 

L'avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti. […]

 

A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell'instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne. Facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera.

 

Altri testi sulla povertà

 

Dal «Discorso sulle beatitudini» di san Leone Magno, papa(Disc. 95, 1, 2; PL 54, 461-462)

 (cfr Ufficio delle Letture [Breviario], giovedì della XXII Settimana del Tempo Ordinario)

“Quale sia l'insegnamento di Cristo lo manifestano le sue parole. Coloro che desiderano pervenire alla beatitudine eterna, riconosceranno dai detti del Maestro quali siano i gradini da percorrere per salire alla suprema felicità.

 

Cristo dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 3). Potrebbe forse ritenersi incerto quali siano i poveri, ai quali si riferisce la Verità se, dicendo poveri, non avesse aggiunto null'altro per far capire il genere di poveri di cui parla. Si sarebbe allora potuto pensare essere sufficiente per il conseguimento del regno dei cieli quella indigenza, che molti patiscono con opprimente e dura ineluttabilità. Ma quando dice: «Beati i poveri in spirito», mostra che il regno dei cieli va assegnato piuttosto a quanti hanno la commendatizia dell'umiltà interiore, anziché la semplice carenza di beni esteriori”.

 

Clemente Alessandrino (Quale ricco si salverà, 14,15,17) sull’uso dei beni creati.

 

Eccone un frammento nella traduzione italiana che si trova in Pier Franco BEATRICE, Introduzione a I Padri della Chiesa, Edizioni Istituto S. Gaetano, Vicenza 1983, pp. 121, 123:

 

"Non bisogna dunque gettare i beni che possono recare utilità al prossimo: sono infatti detti proprietà, perché la loro natura sta nell'essere posseduti; e sono detti beni, poiché possono distribuire il bene e sono stati destinati da Dio al bene degli uomini. Tali cose ci sono date e sono disponibili per un giusto uso, come una materia o uno strumento, a quelli che sanno usarli. Lo strumento, se è adoperato con perizia, diventa efficace; se tu non sei abile, assume il difetto della tua incapacità, anche se è in sé privo di colpa. Così anche le ricchezze sono strumenti. Sei in grado di usarle con giustizia? Sono strumenti di giustizia. Sono usate senza giustizia? Diventano a loro volta occasione di ingiustizia. Per loro natura sono state create per servire, non per comandare. Poiché dunque in se stesse non hanno né bene né male e sono del tutto innocenti, non sono loro da biasimare, ma chi può servirsi di loro, a suo giudizio e a sua volontà: la mente, la coscienza dell'uomo, insomma chi ha la potestà di adoperare con libertà e responsabilità quelle cose concesse in uso. Non distruggiamo dunque le ricchezze e i beni, ma le passioni dell'animo che non consentono di usare bene ciò che possedia­mo: diventati noi buoni e onesti, potremo fare buon uso delle ricchezze. Rinunciamo dunque a ciò che abbiamo e vendiamo i nostri beni, ma comprendiamo che ciò si riferisce alle passioni dell'animo.

 

...Rinunciamo agli averi che nuociono e non a quelli che se ben usati possono essere di giovamento: portano giovamento quelle ricchezze che sono adoperate con prudenza, sobrietà, pietà. Cacciamo invece quelle che nuociono; le ricchezze materiali in sé non sono dannose. Il Signore ci conduce ad usare dei beni materiali e ci comanda di lasciare non quanto ci dà da vivere, ma quelle cose che ci inducono a un uso disonesto delle ricchezze, cioè le malattie dell'animo, le passioni...".

 

Dall’enciclica di Giovanni Paolo II, Veritatis splendor (n° 16):

 

La risposta sui comandamenti non soddisfa il giovane, che interroga Gesù: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che cosa mi manca ancora?» (Mt 19,20). Non è facile dire con buona coscienza: «ho sempre osservato tutte queste cose», se appena si comprende l'effettiva portata delle esigenze racchiuse nella Legge di Dio. E tuttavia, se anche gli è possibile dare una simile risposta, se anche ha seguito l'ideale morale con serietà e generosità fin dalla fanciullezza, il giovane ricco sa di essere ancora lontano dalla meta: davanti alla persona di Gesù avverte che qualcosa ancora gli manca. È alla consapevolezza di questa insufficienza che si rivolge Gesù nella sua ultima risposta: cogliendo la nostalgia per una pienezza che superi l'interpretazione legalistica dei comandamenti, il Maestro buono invita il giovane ad entrare nella strada della perfezione: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19,21).

 

Come già il precedente passo della risposta di Gesù, così anche questo deve essere letto e interpretato nel contesto di tutto il messaggio morale del Vangelo e, specialmente, nel contesto del Discorso della Montagna, delle beatitudini (cf Mt 5,3-12), la prima delle quali è proprio la beatitudine dei poveri, dei «poveri in spirito», come precisa san Matteo (Mt 5,3), ossia degli umili. In tal senso si può dire che anche le beatitudini rientrano nello spazio aperto dalla risposta che Gesù dà all'interrogativo del giovane: «Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Infatti, ogni beatitudine promette, secondo una particolare prospettiva, proprio quel «bene» che apre l'uomo alla vita eterna, anzi che è la stessa vita eterna.

 

Le beatitudini non hanno propriamente come oggetto delle norme particolari di comportamento, ma parlano di atteggiamenti e di disposizioni di fondo dell'esistenza e quindi non coincidono esattamente con i comandamenti. D'altra parte, non c'è separazione o estraneità tra le beatitudini e i comandamenti: ambedue si riferiscono al bene, alla vita eterna. Il Discorso della Montagna inizia con l'annuncio delle beatitudini, ma contiene anche il riferimento ai comandamenti (cf Mt 5,20-48). Nello stesso tempo, tale Discorso mostra l'apertura e l'orientamento dei comandamenti alla prospettiva della perfezione che è propria delle beatitudini. Queste sono, anzitutto, promesse, da cui derivano in forma indiretta anche indicazioni normative per la vita morale. Nella loro profondità originale sono una specie di autoritratto di Cristo e, proprio per questo, sono inviti alla sua sequela e alla comunione di vita con Lui.26

Gregorio Magno, Papa, sulla povertà: PL 76, 1272-1274

 

(traduzione libera)

 

 

 

“Fratelli miei, non oso dirvi di lasciare tutto, ma – se lo vorrete – potrete abbandonare le cose conservandole, se soltanto vivendo nel tempo, con tutta la vostra anima sarete protesi verso l’eternità (cfr Col 3, 1-2).

 

Si usufruisce del mondo come se non se ne usasse, se si è capaci di ricondurre tutti beni a ciò che servano alla nostra vita, senza permettere loro di dominare il nostro spirito. In questa subordinazione i beni materiali sono utili, in quanto non impediscono all’anima di innalzarsi verso l’alto e non frenano la sete spirituale”.

 

 

 

Thomas Merton sulla povertà

 

 

 

Il più povero in una comunità religiosa non è necessariamente chi ha in uso il minor numero di oggetti. La povertà non è semplicemente questione di non possedere «le cose». È un’attitudine dell’animo che ci porta a rinunciare ad alcuni dei vantaggi che derivano a noi dall’uso delle cose. Uno può non possedere nulla, ma attribuire una grande importanza alla soddisfazione personale e al gusto che trae da cose che sono comuni a tutti — il canto in coro, i sermoni in capitolo, la lettura in refettorio — il tempo libero, il tempo degli altri... Spesso il più povero in una comunità è quello che è a disposizione di tutti. Tutti se ne possono servire, ed egli non si prende mai il tempo per fare qualche cosa per se stesso.

 

Povertà — può riguardare cose come la nostra opinione, il nostro «stile», tutto ciò che tende ad affermarci come diversi dagli altri, come superiori agli altri in maniera tale che prendiamo soddisfazione da queste particolarità e le trattiamo come «cose nostre». La «povertà» non dovrebbe mai renderci particolari. L’eccentrico non è un povero in spirito.

 

Persino l’attitudine ad aiutare gli altri e a dar loro il nostro tempo e tutto ciò che abbiamo può venir «posseduta» con attaccamento, se con tali atti c’imponiamo sugli altri e ce li rendiamo debitori. In tal caso cerchiamo infatti di comprarli e di impadronircene per mezzo dei favori che a essi facciamo. Chi di noi, o Signore, può parlare di povertà senza vergognarsi? Noi che abbiamo fatto voto di povertà in monastero, siamo poveri davvero? Sappiamo che cosa sia amare la povertà? Ci siamo mai fermati per un momento a pensare perché si debba amare la povertà?

 

Eppure, o Signore, Tu sei venuto nel mondo per esser povero tra i poveri, perché è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei cieli. E noi, con i nostri voti, ci accontentiamo del fatto che di fronte alla legge non possediamo nulla e che per tutto quello che abbiamo dobbiamo chiedere il permesso di un altro?

 

La povertà è questa? Può un tale che ha perduto il suo impiego e che non ha denaro con cui pagare i suoi debiti, e che vede la moglie e i figli diventare sempre più scarni e che sente il timore e l’angoscia rodergli il cuore — può egli ottenere le cose delle quali ha disperatamente bisogno, semplicemente chiedendole? Che provi a farlo. Eppure noi, che possiamo avere tante cose delle quali non abbiamo bisogno, e tante altre che è scandaloso da parte nostra possedere — noi, siamo poveri, perché le abbiamo e c’è permesso di averle.

 

La povertà significa bisogno. Fare voto di povertà e non mancare mai di nulla, e mai aver bisogno di qualche cosa senza averla, vuol dire tentare di farci beffe del Dio Vivente.

 

 

 

 

 

Qualche testo di riferimento per il commento sull’obbedienza

 

 

 

Il modello perfetto di obbedienza a Dio e di fedeltà alla missione affidatagli dal Padre è Gesù Cristo. Per la nostra riflessione personale e qualche commento ho scelto tre testi biblici che mi sembrano assai significativi:

 

 

 

Gv 4, 31-34: Intanto i discepoli lo pregavano: "Rabbì, mangia". Ma egli rispose loro: "Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete". E i discepoli si domandavano l'un l'altro: "Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?" Gesù disse loro: "Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.

 

 

 

Flp 2, 7- 8: […] svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.

 

 

 

Eb 10, 5-7: Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: "Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà"[1].

 

 

 

Nella nostra obbedienza quale viene praticata nell’ambito della vita consacrata, a diversi livelli, dovremmo ispirarci sempre a Gesù. Ovviamente anche la Vergine Maria è per noi un modello di obbedienza, in quanto «serva del Signore» che con il suo «fiat», nell’umiltà e nella fiducia si è offerta totalmente e senza riserva, a Colui che l’ha eletta per essere Madre del nostro Salvatore. L’obbedienza evangelica comporta l’amore e la fedeltà.

 

 

 

*****

 

Per la lettura complementare sui tre voti propongo alcuni testi tratti dall’esortazione Vita consecrata di Giovanni Paolo II. Potrebbe essere di grande utilità (per tutta la riflessione sulla vita consacrata) rileggere l’esortazione di Paolo VI, Evangelica testificatio. Per ciò che riguarda specificamente i voti si leggano i numeri 13-29. Qui sotto segue il testo della Vita consacrata.

 

 

 

 

 

Le grandi sfide della vita consacrata

 

87. Il compito profetico della vita consacrata viene provocato da tre sfide principali rivolte alla stessa Chiesa: sono sfide di sempre, che vengono poste in forme nuove, e forse più radicali, dalla società contemporanea, almeno in alcune parti del mondo. Esse toccano direttamente i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza, stimolando la Chiesa e, in particolare, le persone consacrate a metterne in luce e a testimoniarne il profondo significato antropologico. La scelta di questi consigli, infatti, lungi dal costituire un impoverimento di valori autenticamente umani, si propone piuttosto come una loro trasfigurazione. I consigli evangelici non vanno considerati come una negazione dei valori inerenti alla sessualità, al legittimo desiderio di disporre di beni materiali e di decidere autonomamente di sé. Queste inclinazioni, in quanto fondate nella natura, sono in se stesse buone. La creatura umana, tuttavia, debilitata com'è dal peccato originale, è esposta al rischio di tradurle in atto in modo trasgressivo. La professione di castità, povertà e obbedienza diventa monito a non sottovalutare le ferite prodotte dal peccato originale e, pur affermando il valore dei beni creati, li relativizza additando Dio come il bene assoluto. Così coloro che seguono i consigli evangelici, mentre cercano la santità per se stessi, propongono, per così dire, una «terapia spirituale» per l'umanità, poiché rifiutano l'idolatria del creato e rendono in qualche modo visibile il Dio vivente. La vita consacrata, specie nei tempi difficili, è una benedizione per la vita umana e per la stessa vita ecclesiale.

 

 

 

La sfida della castità consacrata

 

88. La prima provocazione è quella di una cultura edonistica che svincola la sessualità da ogni norma morale oggettiva, riducendola spesso a gioco e a consumo, e indulgendo con la complicità dei mezzi di comunicazione sociale a una sorta di idolatria dell'istinto. Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: prevaricazioni di ogni genere, a cui s'accompagnano innumerevoli sofferenze psichiche e morali per gli individui e le famiglie. La risposta della vita consacrata sta innanzitutto nella pratica gioiosa della castità perfetta, quale testimonianza della potenza dell'amore di Dio nella fragilità della condizione umana. La persona consacrata attesta che quanto è creduto impossibile dai più diventa, con la grazia del Signore Gesù, possibile e autenticamente liberante. Sì, in Cristo è possibile amare Dio con tutto il cuore, ponendolo al di sopra di ogni altro amore, ed amare così, con la libertà di Dio, ogni creatura! E' questa una testimonianza oggi più che mai necessaria, proprio perché così poco compresa dal nostro mondo. Essa è offerta ad ogni persona — ai giovani, ai fidanzati, ai coniugi, alle famiglie cristiane — per mostrare che la forza dell'amore di Dio può operare grandi cose proprio dentro le vicende dell'amore umano. E' una testimonianza che va incontro anche a un crescente bisogno di limpidezza interiore nei rapporti umani. E' necessario che la vita consacrata presenti al mondo di oggi esempi di una castità vissuta da uomini e donne che dimostrano equilibrio, dominio di sé, intraprendenza, maturità psicologica ed affettiva. Grazie a questa testimonianza, viene offerto all'amore umano un sicuro punto di riferimento, che la persona consacrata attinge dalla contemplazione dell'amore trinitario, rivelatoci in Cristo. Proprio perché immersa in questo mistero, essa si sente capace di un amore radicale e universale, che le dà la forza della padronanza di sé e della disciplina necessarie per non cadere nella schiavitù dei sensi e degli istinti. La castità consacrata appare così come esperienza di gioia e di libertà. Illuminata dalla fede nel Signore risorto e dall'attesa dei cieli nuovi e della terra nuova (cfr Ap 21, 1), essa offre preziosi stimoli anche per l'educazione alla castità doverosa in altri stati di vita.

 

 

 

La sfida della povertà

 

89. Altra provocazione è, oggi, quella di un materialismo avido di possesso, disattento verso le esigenze e le sofferenze dei più deboli e privo di ogni considerazione per lo stesso equilibrio delle risorse naturali. La risposta della vita consacrata sta nella professione della povertà evangelica, vissuta in forme diverse e spesso accompagnata da un attivo impegno nella promozione della solidarietà e della carità. Quanti Istituti si dedicano all'educazione, all'istruzione e alla formazione professionale, mettendo in grado giovani e non più giovani di diventare protagonisti del loro futuro! Quante persone consacrate si spendono senza risparmio di energie per gli ultimi della terra! Quante di esse si adoperano a formare futuri educatori e responsabili della vita sociale, in modo che si impegnino ad eliminare le strutture oppressive e a promuovere progetti di solidarietà a vantaggio dei poveri! Esse lottano per sconfiggere la fame e le sue cause, animano le attività del volontariato e le organizzazioni umanitarie, sensibilizzano organismi pubblici e privati per favorire un'equa distribuzione degli aiuti internazionali. Le nazioni devono veramente molto a questi intraprendenti operatori e operatrici di carità, che con la loro instancabile generosità hanno dato e danno un sensibile contributo per l'umanizzazione del mondo.

 

 

 

La povertà evangelica a servizio dei poveri

 

90. In realtà, prima ancora di essere un servizio per i poveri, la povertà evangelica è un valore in se stessa, in quanto richiama la prima delle Beatitudini nell'imitazione di Cristo povero. Il suo primo senso, infatti, è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano. Ma proprio per questo essa contesta con forza l'idolatria di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose. Per questo, oggi più che in altre epoche, il suo richiamo trova attenzione anche tra coloro che, consci della limitatezza delle risorse del pianeta, invocano il rispetto e la salvaguardia del creato mediante la riduzione dei consumi, la sobrietà, l'imposizione di un doveroso freno ai propri desideri. Alle persone consacrate è chiesta dunque una rinnovata e vigorosa testimonianza evangelica di abnegazione e di sobrietà, in uno stile di vita fraterna ispirata a criteri di semplicità e di ospitalità, anche come esempio per quanti rimangono indifferenti di fronte alle necessità del prossimo. Tale testimonianza si accompagnerà naturalmente all'amore preferenziale per i poveri e si manifesterà in modo speciale nella condivisione delle condizioni di vita dei più diseredati. Non sono poche le comunità che vivono e operano tra i poveri e gli emarginati, ne abbracciano la condizione e ne condividono le sofferenze, i problemi e i pericoli. Grandi pagine di storia di solidarietà evangelica e di dedizione eroica sono state scritte da persone consacrate, in questi anni di profondi cambiamenti e di grandi ingiustizie, di speranze e di delusioni, di importanti conquiste e di amare sconfitte. E pagine non meno significative sono state e sono tuttora scritte da altre innumerevoli persone consacrate, le quali vivono in pienezza la loro vita «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3, 3) per la salvezza del mondo, all'insegna della gratuità, dell'investimento della propria vita in cause poco riconosciute e meno ancora applaudite. Attraverso queste forme diverse e complementari, la vita consacrata partecipa all'estrema povertà abbracciata dal Signore e vive il suo specifico ruolo nel mistero salvifico della sua incarnazione e della sua morte redentrice.

 

 

 

La sfida della libertà nell'obbedienza

 

91. La terza provocazione proviene da quelle concezioni della libertà che sottraggono questa fondamentale prerogativa umana al suo costitutivo rapporto con la verità e con la norma morale. In realtà, la cultura della libertà è un autentico valore, intimamente connesso col rispetto della persona umana. Ma chi non vede a quali abnormi conseguenze di ingiustizia e persino di violenza porta, nella vita dei singoli e dei popoli, l'uso distorto della libertà? Una risposta efficace a tale situazione è l' obbedienza che caratterizza la vita consacrata. Essa ripropone in modo particolarmente vivo l'obbedienza di Cristo al Padre e, proprio partendo dal suo mistero, testimonia che non c'è contraddizione tra obbedienza e libertà. In effetti, l'atteggiamento del Figlio svela il mistero della libertà umana come cammino d'obbedienza alla volontà del Padre e il mistero dell'obbedienza come cammino di progressiva conquista della vera libertà. E' proprio questo mistero che la persona consacrata vuole esprimere con questo preciso voto. Con esso intende attestare la consapevolezza di un rapporto di figliolanza, in forza del quale desidera assumere la volontà paterna come cibo quotidiano (cfr Gv 4, 34), come sua roccia, sua letizia, suo scudo e baluardo (cfr Sal 18[17], 3). Dimostra così di crescere nella piena verità di se stessa rimanendo collegata con la fonte della sua esistenza ed offrendo perciò il messaggio consolantissimo: «Grande pace per chi ama la tua legge nel suo cammino non trova inciampo» ( Sal 119[118], 165).

 

 

 

Compiere insieme la volontà del Padre

 

92. Questa testimonianza delle persone consacrate assume nella vita religiosa particolare significato anche per la dimensione comunitaria che la caratterizza. La vita fraterna è il luogo privilegiato per discernere e accogliere il volere di Dio e camminare insieme in unione di mente e di cuore. L'obbedienza, vivificata dalla carità, unifica i membri di un Istituto nella medesima testimonianza e nella medesima missione, pur nella diversità dei doni e nel rispetto delle singole individualità. Nella fraternità, animata dallo Spirito, ciascuno intrattiene con l'altro un prezioso dialogo per scoprire la volontà del Padre, e tutti riconoscono in chi presiede l'espressione della paternità di Dio e l'esercizio dell'autorità ricevuta da Dio, a servizio del discernimento e della comunione. La vita di comunità poi è, in modo particolare, il segno, di fronte alla Chiesa e alla società, del legame che viene dalla medesima chiamata e dalla volontà comune di obbedire ad essa, al di là di ogni diversità di razza e d'origine, di lingua e di cultura. Contro lo spirito di discordia e di divisione, autorità e obbedienza risplendono come un segno di quell'unica paternità che viene da Dio, della fraternità nata dallo Spirito, della libertà interiore di chi si fida di Dio nonostante i limiti umani di quanti Lo rappresentano. Attraverso questa obbedienza, assunta da alcuni come regola di vita, viene sperimentata ed annunciata a vantaggio di tutti la beatitudine promessa da Gesù a «coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano» (Lc 11, 28). Inoltre, chi obbedisce ha la garanzia di essere davvero in missione, alla sequela del Signore e non alla rincorsa dei propri desideri o delle proprie aspettative. E così è possibile sapersi condotti dallo Spirito del Signore e sostenuti, anche in mezzo a grandi difficoltà, dalla sua mano sicura (cfr At 20, 22s).

 

 

[1] Cfr. Sal 40, 7-9 Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi

hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: "Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà.

 

 



[1] Cfr. Sal 40, 7-9 Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: "Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà.